Una vita da mediano

Io per primo non l’avrei mai immaginato, neanche nei sogni più reconditi fatti ad occhi aperti che ognuno fa nella vita. Non perché mi manchino i sogni, ma per il semplice fatto che era fuori dalle mie intenzioni iniziali.

Una vita da mediano canta Luciano. Sento che questa è l’immagine della mia prima vita, spesa per il lavoro e la famiglia, per valorizzare me stesso nessuno spazio, nemmeno ci pensavo tutto concentrato com’ero nel fare bene il mio compito. In ogni caso mi ritengo fortunatissimo per quello che ho potuto realizzare, ma come Lele Oriali, sempre in mezzo, lì a dare palloni alla punta. Ero nella squadra Pro è vero, ma ad ogni modo le stelle brillavano lontane.

Ma quante fatalità, coincidenze hanno permesso che realizzassi questo libro. Anche se ci sono riferimenti chiaramente personali, non ho voluto parlare di me, come succede molto spesso quando qualcuno scrive la sua opera prima. Parlo della vita di qualcun altro, ma che in realtà ho incontrato ben poche volte nella mia e con la quale forse avrò scambiato qualche parola, ma non di più. Eppure è l’ascolto la base di questo libro, quello delle parole di Cri. L’ascolto tanto auspicato da Gabriele nei suoi discorsi , ma facendo qualcosa di “oltre”, ascoltando anche quelle che lui definirebbe chiacchiere vuote e inconcludenti, perchè dalla mia esperienza esse non lo sono mai. Io, abituato al quasi silenzio familiare, ero entrato in un turbinio di parole avendo conosciuto Cri. Quasi nessuno mi credeva che lei fosse così, solitamente sempre in silenzio, riservata, ma non con me. Ho raccolto quello che lei seminava del suo passato e di quello di Diomira, l’ho setacciato, separando la pula dal grano, per poi compattarne i semi in un romanzo che racconta l’amore che ne ho ricavato. Se la mia vita non avesse incrociato quella di Cri, quasi sicuramente non avrei scritto nulla, senza Cri non ci sarebbe stata la storia.

Qualcuno mi ha detto che sembra un romanzo scritto da una donna, cosa che ritengo il massimo come complimento. Gli accadimenti della mia vita hanno trasformato il mio animo, lasciando intatto il corpo e la mente da maschio. L’animo ha cominciato a guardare in modo diverso le cose, grazie alla malattia, grazie alla meditazione. Lo sforzo enorme del dominio degli impulsi ha lasciato spazio ad un dolce vivere di sensazioni, emozioni, carezze, gentilezze, ricerca del piacere comune che porta all’estasi, senza preoccuparsi minimamente dei bisogni personali tipici del maschio; che liberazione!

Ho scritto “Diomira” perché la storia era lontana dal mio vissuto, perché volevo dare una forma di risarcimento ad una vita passata inosservata a tutti, dopo che si erano dimenticati di lei e dei giudizi morali espressi verso questa donna. Usiamo il giudizio senza conoscere la realtà, le sofferenze, le motivazioni o la mancanza di queste. Ho voluto riconoscerle l’amore da romanzo che lei ha sempre sognato, quell’amore che non seppe dare alle persone che sono nate dal suo grembo, a quelle che le sono state più vicine, perché non era in grado di elargirlo, ma questo è già un giudizio. Nessuno conoscerà la profondità del suo cuore, quella profondità che, solo con l’assoluto perdono, Maria è riuscita a sfiorare, a sollevarne il pesante telo di cretonne che lo celava.

Più scrivevo, più facile mi veniva lo scrivere. Davanti a me apparivano chiari i capitoli nuovi, le situazioni, i dialoghi. Non sono mai tornato sui miei passi, anche se scritto in circa 5 mesi, lo considero fatto di getto. Gli dedicavo un’ora al giorno, non di più. Non doveva assorbirmi, era un modo per passare il secondo lockdown facendo qualcosa per me, per la mia voglia di fare. Ho camminato lo stesso, ho viaggiato comunque in bicicletta, da solo e con Cri. Dai viaggi ho tratto ispirazione per i luoghi dove ambientare parti del romanzo. In particolare in quei capitoli dove non avevo certezza del luogo, che in più di altri ho dovuto romanzare e inventare. Inventare, ma non a casaccio, mi sono documentato storicamente su date , luoghi, e avvenimenti, com’erano i treni e quanto impiegavano per fare un tragitto, le feste religiose su come erano vissute e molto altro.

Ed eccomi qui in viaggio verso Torino per ricevere questo premio al mio romanzo, come ho scritto insperato ma sognato. Sì perchè l’avevo scritto per me e per i miei amici, ma quando sono cominciati a giungere i giudizi lusinghieri di chi ha potuto leggerlo mi sono detto: “E perchè non mi metto in gioco?” Partecipo a 4/5 concorsi. Dopo 15 giorni dalla scadenza arrivano i risultati e tu non sei nella rosa dei prescelti. Aumenta lo sconforto e lo sconcerto: ” I miei amici sono amici e mi hanno detto così per pietà?” Cominci a dire che è stata una bella esperienza, che non è una cosa da tutti, ma tu l’hai fatta e devi esserne contento. Ogni tanto rileggi alcuni passi che più pensi ti siano venuti bene e vedi che riescono a farti suscitare emozioni anche a farti piangere dalla commozione, ma evidentemente ti rendi sempre più conto che aveva ragione Carlo: “Non pensare di essere uno scrittore”. Ultima speranza, le mail del Rotary, forse il primo concorso a cui ho partecipato, dove si scusano, ma a causa della larga partecipazione sono in ritardo con il lavoro dei giurati. Ti assale un dubbio sul lavoro delle altre giurie che esaminano sia narrativa già edita, che inedita in 15 giorni o giù di lì, dichiarando centinaia di arrivi. La speranza riaccesa, esplode in un urlo di gioia, accompagnata da un pugno sulla scrivania, per sfogare l’energia accumulata, al leggere quella mail attesa, sperata, con un esito ben oltre tutte le mie immaginazioni. Il pianto che ne è seguito è liberatorio, consolatorio, togliendomi tutte le tensioni e ridandomi fiducia nei giudizi degli amici, Carlo compreso!

Il treno continua a marciare. Sul tavolino la copia di Diomira di Pier con le sue correzioni in giallo fluo. Mi sto ripassando alcuni capitoli, devo recuperare i personaggi che ho descritto, le parti di fantasia, quelle vere me le ricordo bene, indelebili. Rileggo alcuni passi in particolare l’incontro di Diomira con Angela, gli occhi sono umidi anche se l’ho scritto io. Mi immedesimo nelle sofferenze dei miei personaggi sapendo benissimo che quella che descrivo è una piccolissima parte di quelle realmente vissute. Tra un’ora saremo, io e Cri a Torino. Io sono l’autore, ma questo premio è anche per la protagonista a cui piace che racconti questa storia, in fondo la sua storia, in modo semplice, da mediano.

Quante storie attorno alle rovine di un castello!

Photo 1: I signori del castello dovranno spendere un po’ di soldi per sistemarlo

Certo, con la fretta che distingue il tempo che viviamo, non abbiamo tempo per visitare un rudere di un castello, la nostra attenzione è attratta sempre da castelli stupendi con bandiere che ancora sventolano e ricordano i tempi in cui erano abitati da Re e Regine.  Ma sempre sono stato attratto da quel rudere, sulla cima di quel monte. Continua a leggere

La fioritura di Cap Frehel

Photo 1: I fari di Cap Frehel

Vi ho accennato a questo posto incredibile in Francia nella regione della Bretagna già nel mio post relativo a Fort La Latte. E’ stato durante una vacanza del 2016 in Francia nel quale ci siamo recati anche in Bretagna facendo  base a Saint Malo. Una delle cose che più sorprende è la grandiosità delle maree in quel tratto di mare, dove quando passi per le strade costiere, lambendo qualche porticciolo durante bassa marea, vedi tutte le barche arenate e piegate su di un fianco e il mare lontano anche qualche chilometro. Impressionante  per chi non è abituato, come lo sono io, può dare una sensazione di naufragio, visione post apocalittica, come si  passasse per delle zone devastate da chissà quale disastro naturale. Continua a leggere

La fortuna di essere un galeotto

Photo 1: La facciata del castello di Villesavin

Bella questa storia! Jean le Breton fu fatto prigioniero durante la campagna disastrosa in Italia del re Francesco I. Fu messo in prigione assieme al re, che ritornato a casa, lo nominò suo tesoriere nel riprendere la costruzione del castello di Chambord. Bene, oggi visiteremo il castello di Villesavin vicino a Chambord, fatto costruire da Jean distogliendo maestranze francesi e italiane, non sappiamo se con l’accordo del re, dalla fabbrica di Chambord. A quei tempi era denominato la capanna del castello di Chambord. Non sappiamo se oltre alle maestranze abbia distolto anche fondi dalla costruzione di Chambord, cosa molto comune a quei tempi e in altre forme anche ai nostri, sta di fatto che Villesavin non è l’unico castello di cui Jean divenne proprietario, ma anche il castello di Villandry, che però non abbiamo visitato. Anch’io nella mia vita ho svolto l’attività di amministratore di beni altrui, ma vivo in un piccolo appartamento in un enorme condominio, insomma non proprio un castello. 

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Il castello reale di Amboise

Photo 1: Il Castello d’Ambosie

Lasciamo Le chateau de Blois per recarci a visitare Il castello reale d’Amboise.  Potrebbe essere il luogo più interessante storicamente della valle della Loira, se non fosse per la distruzione di due terzi del castello avvenuta nei primi anni del 1800, sotto Napoleone Bonaparte, ad opera del console a cui aveva affidato il castello, per mancanza di fondi per il mantenimento.

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Il magnifico castello di Chambord

Photo 1: Il castello di Chambord. Facciata principale anche se sul retro rispetto l’ingresso.

Il castello di Chambord è il più grande, il più maestoso, il più bello, ma è anche il castello che meno è stato usato e anche per questo poco o niente ha influito  nella storia di Francia. La sua costruzione iniziò, per volontà del re Francesco I, grande mecenate, padre del Rinascimento Francese, nel 1519.  Francesco volle alla sua corte  i maggiori artisti italiani per la costruzione di questo magnifico castello. Continua a leggere

Il castello delle dame: Chenonceau

Photo 1: Il castello di Chenonceau

Nel nostro viaggio nella valle del fiume Loira incontriamo un altro castello di grande bellezza e grande originalità. Impossibile vedere il castello dal parcheggio delle auto. La tenuta è vastissima e una piccola foresta impedisce all’occhio qualsiasi possibilità di poter scattare qualche foto dalla strada. Siamo al castello di Chenonceau, costruito nel 1500, sulle rovine di un castello del XIII secolo che venne abbattuto per costruire la nuova residenza dei nuovi proprietari del luogo. Continua a leggere

Il Castello di Blois: la casa di molti Re di Francia

Photo 1: Veduta dal castello di Blois verso il fiume Loira e la chiesa di San Nicola

Durante una vacanza nella valle della Loira, abbiamo soggiornato a Blois vicino all’omonimo castello, uno dei più importanti della regione della Loira. La sua importanza non è data tanto dalla sua indubbia bellezza, anche se altri castelli risultano allo sguardo molto più belli, ma agli eventi storici che in esso si sono succeduti.

Non è stato solo un castello di rappresentanza, per la caccia, per momenti di svago e feste, di villeggiatura dei nobili proprietari come altri nella zona del fiume Loira, ma effettivamente residenza di vari Re di Francia, in particolar modo della dinastia dei Valois,  che regnò sul  trono di Francia dal  1328 al 1589 , con tredici Re. Continua a leggere