Il mio primo giorno di scuola

Prima elementare, foto di fine anno alla Scuola di Piazzale Giusti

Del primo giorno di scuola non ho fotografie, non c’erano macchine fotografiche a casa mia. Ricordo che, per mano della mamma, ho percorso la strada che da casa nostra portava alle scuole di Anconetta, un vecchio edificio al di là della ferrovia. La mamma mi aveva preparato di tutto punto, con il mio grembiulino nero e il nastro con il fiocco azzurro. Questo nastro aveva richiesto una particolare attenzione. Mia mamma aveva dovuto bruciare le estremità del nastro onde evitare che lo stesso cominciasse a sfilacciarsi e a distruggersi. Qualche filo avrebbe potuto attirare l’attenzione di qualche altro bambino che tirandolo,  oltre a distruggerlo, l’avrebbe anche tutto stropicciato e avrei rischiato di trasformarmi in un pacco natalizio. Vedo tanti bambini che entrano, sono quelli delle altre classi. Noi della prima elementare rimaniamo sui gradini della scuola. Arriva una signora con il suo grembiule nero, chiama i bambini, e ad uno ad uno devono lasciare la mano della mamma ed entrare dentro quel portone enorme, fatto di legno vecchio, di vernice scrostata e vetro smerigliato. Paolo Lavarda, il mio nome, devo lasciare la mano della mamma, devo resistere, non devo piangere. E’ la prima volta che mi trovo da solo con così tanta gente, è il mio primo compito da cittadino, non lo so ancora, ma sto diventando parte dell’ingranaggio sociale. Faccio quei gradini e la signora mi fa entrare dentro quel portone enorme. L’aula è al pianterreno, a destra, e dà sulla strada. I pavimenti sono tutti a piccole macchie colorate e anche abbastanza ondulati. Entro in classe, enorme, forse perché ero piccolino, con delle finestre ampissime su due lati. Mi accoglie la maestra e mi fa sedere al mio posto. Un banco di ferro color grigio, con un piano in formica color verdino. Sulla destra del banco, un buco nero e non capivo ancora a cosa potesse servire. Le pareti erano coperte di tanti cartelloni con dei disegni di animali e oggetti con  uno strano scarabocchio sotto. Ogni cartellone aveva un animale e uno scarabocchio diverso. Erano le stesse figure e gli stessi scarabocchi che c’erano su quel libro che la mamma aveva ritirato dal libraio, assieme al libro di lettura, con il buono che le avevano dato a scuola. Aveva un nome stranissimo che non avevo mai sentito : abbecedario, me n’ero dimenticato, ma una volta si imparava a leggere così. La maestra ci dice di aprire il nostro quaderno e prendere dall’astuccio la matita. Il mio astuccio, rosso, chissà recuperato come, forse da mia zia, con qualche mozzicone di matita colorata, una cannuccia e 2/3 pennini per scrivere con l’inchiostro. Non aveva di certo supereroi o principesse del freddo disegnati sopra, ma era già tanto che fosse con la cerniera aggiustata. Il primo compito è cominciare a fare tanti piccoli segni, le aste. Prima dall’alto del quadretto al basso, poi solo un’asta sulla linea in basso del quadretto, poi sopra sulla linea in alto. Senza uscire dal bordo, mi raccomando, precisi bambini. Insomma un mucchio di righette, quadratini, cerchietti. Devo ammettere che non ho ricordi di quella maestra. Quello di cui mi ricordo bene è la bidella, che ogni mattina entrava in aula con il grembiule nero e quella sua brocca di vetro nera in mano. Passava per i banchi e riempiva il contenitore a destra del banco con l’inchiostro. E con la cannuccia e il pennino, cominciai a riempire pagine di lettere scritte in corsivo: a, a, a, a, e, e, e, e, i, i, i, i…..   Ma quanti disastri facevamo noi bambini! Il minimo era quello di tornare a casa con le dita tutte sporche di blu scuro, e sapevamo che ci attendeva la tortura materna, sapone di Marsiglia o Tide e la spazzola ” bruschetta”, e grattare. Dopo tre mesi dall’inizio della scuola, nel 1962, ci siamo trasferiti in città. Cambiamento radicale di vita. La zona dove andavamo ad abitare era sotto la giurisdizione della scuola di piazzale Giusti. Questa scuola era proprio di città, frequentata dai bambini di una certa elite, tutte quelle famiglie benestanti che negli anni sessanta abitavano nella zona di viale Milano, viale Torino e Corso San Felice, allora una zona “in” di Vicenza. Per me il cambiamento fu grandissimo e mi ritrovai in prima sezione B, la classe di serie A. Tutti i giovani pargoli della Vicenza bene erano raccolti in quella sezione. Forse per una supposta omonimia, mi ritrovavi in quella sezione. Ma ero completamente fuori posto, lo sapevano i classisti, lo sentivo io sulla mia pelle. Mi comportai bene quell’anno, venni promosso con tutti dieci, e grande fu la soddisfazione da parte dei miei genitori, ma l’anno successivo non ero più in sezione B della sede centrale, ma in sezione B della sede distaccata di Motton San Lorenzo.

Seconda elementare in Motton San Lorenzo, sede staccata. Io sono l’ultimo in basso a destra, sopra di me Diego Scortegagna e Tosato.

Quella era proprio la sezione dove io dovevo andare a finire, fra la gente del popolo e non certo tra l’elite. Non avevo più la maestra Bonollo, ma avevo il maestro Sovilla, che non disdegnava ogni tanto a menare le mani. Le spese più grosse le fece il mio amico Walter Schiavo, il quale una volta finì dietro la lavagna e si prese talmente tante astucciate sul viso, da parte del maestro, che gli uscì copioso sangue dal naso. Ovviamente erano altri tempi, non credo che i genitori di Walter abbiano fatto qualche azione, forse le ha prese anche da loro quando è arrivato a casa. Ma se fosse successo adesso, come minimo il maestro sarebbe in galera. L’anno dopo, in terza elementare, ritorno in piazzale Giusti. Terza, sezione B, col maestro più favoloso che io potessi pretendere. Il maestro, o meglio MAESTRO con non solo la M maiuscola, ma tutta la parola, Piero Franceschetti. Maestro, educatore, poeta, pittore, partigiano. Anche se io ero un disegnatore pessimo, da lui ho imparato tutto e intendo dire lo stare a questo mondo. Sapeva come farci divertire, essere competitivi tra di noi,  nessuno era escluso dalla lezione e dal suo metodo educativo, guardare le cose più vicine, per imparare come funziona il mondo. Cose viste, questo era il tema giornaliero che ci assegnava. Oppure le sue lezioni di matematica e geometria era fatta di indovinelli a chi indovinava la misura della soglia della porta, o la larghezza della cattedra. Educazione civica era quiz sulle targhe a quale città corrispondeva. Geografia, qual era il fiume che occupava nella classifica per lunghezza una determinata posizione. Non c’erano evidenti simpatie. Chiaro su me e Gobbetti poteva contare e per questo ci affidava compiti più ardui per darci quella possibilità in più! Però tutti partecipavano alla lezione, dal più vecchio che era Zocca, che ormai era un uomo, e in classe qualche volta ce l’ha dimostrato, sconvolgendoci, a quelli più deboli e fragili a livello scolastico. Conservo gelosamente il libretto scolastico in cui traccia il mio profilo di ragazzo, ma anche quello mio futuro di uomo. “Questo il giovane uomo, positivo, attento e ragionatore……..”

Quinta elementare Piazzale Giusti. Quelli che mi ricordo da sinistra: Pigato, Celotto,Lavarda, Tosato (dietro di me) Schiavo, Zocca, Gobetti, Tonon, Valery

In terza elementare comincia il doposcuola con le sue recite. Io fui scelto come protagonista per raccontare una storia di una famiglia di elefanti, e questa storia doveva essere raccontata e cantata, con tanto di accompagnamento di pianoforte. Dovevo sfoderare tutte le mie capacità canore e recitative. Umpa umpa umpallero, questo era il motivetto che dovevo cantare, ma dovevo modularlo a seconda se stavo illustrando il modo di camminare dell’elefantino, molto veloce e con voce squillante, oppure quello della mamma o del papà, molto meno veloci e molto più bassi di tonalità, in proporzione alla mole, e come si sa il papà è più grosso! Fu successo, ma la cosa che mi rendeva più felice era che potevo frequentare il backstage. Qui si preparavano delle altre bambine recitanti, danzanti, che in calzamaglia e con dei tutù, avrebbero dovuto fare una danza. Insomma praticamente nude! Ma tra queste ce n’era una che mi affascinava in maniera incredibile: La Coppola! Livia era una bambina di aspetto quasi esotico, di alta borghesia, una delle famiglie più in vista di Vicenza. Chiaramente già dirle ciao era un risultato. L’ho ritrovata dopo molti anni, chiaramente non le ho detto nulla, era l’anestesista di un intervento che avrei dovuto subire. Erano trascorsi 39 anni, ma la sua esotica bellezza era intatta.

Arrivò anche il presidente della Repubblica Saragat e tutti dovemmo recarci al teatro Roma per cantare Fratelli d’Italia. Non ricordo se fossimo solo noi di Piazzale Giusti o anche altre scuole, ma ricordo la maestra di pianoforte, che era la stessa che mi aveva accompagnato per lo spettacolo degli elefanti, che ci ha preparato divinamente per poter cantare l’inno nazionale. Un ricordo che rimane ancora vivo.

Il mio libretto scolastico. Il profilo finale redatto dal Maestro Piero Franceschetti

Ma quello è un UFO?

Esco dalla fabbrica di Luigi e Marisa. Vogliono comperare quel tornio da 110 milioni, devo consigliarli bene e fare bene i calcoli dei costi che avranno. Sono le 8 appena passate. A ovest si scorge in cielo una lama bianca all’orizzonte che segue il tramontare del sole. A est, le rare nuvole sembrano dei nastri bugnati tutti colorati di porpora e viola, nel mezzo di una tela che, in lontananza, vira dall’azzurro verso il blù. La prima luminaria in cielo fa intuire che Venere è già sorta. L’aria della zona industriale profuma di ferro, plastica e vernici, male si abbina allo spettacolo del tramonto.

Salgo sulla mia Uno diesel color visone. Allaccio la cintura, anche se non è obbligatorio, da quando l’ho comperata l’ho sempre allacciata, mi sento nudo senza. Mi immetto sulla strada che porta a casa e inizio la salita della Pilla con i suoi tornanti. A casa mi aspettano Paola e Martina, è dalle sei e mezza che sono lontano da casa, come tutti i giorni. Affronto l’ultimo tornante sulla sinistra e in fondo, alla successiva curva a destra, inizia il semirettilineo che porta all’incrocio dei Celibi. Passo accanto alla fontana, o meglio sorgente di via Pilla, quasi all’incrocio con i Paoloni, dove una volta gli abitanti si rifornivano di acqua potabile, sto arrivando allo stop con la dorsale dei Berici. Ma cos’è quella cosa? Un elicottero immobile sopra il cimitero di Arcugnano? Ma non c’è rumore, mi sembra troppo grande per essere un elicottero di quelli che si vedono sui film anni 50, con il muso rotondo di vetro. Sì perchè dev’essere vetro, vedo l’interno illuminato e scorgo chiaramente le sagome in controluce di due persone, in piedi? Fermo l’auto e osservo, nessun rumore. La palla opalescente è sempre lì, immobile, tra il cimitero di Arcugnano e la sottostante valle di via Cenge. Cosa staranno cercando? Qualcuno che si è perso in quei boschi, ma è impossibile! La valle è lì sotto, al massimo si può prendere qualche rovo scendendo dalla Strada Militare! Chi può essere? Cerco con lo sguardo di rintracciare qualche altro passante, un’auto. Niente non c’è nessuno in giro.

Nel mentre passano questi pensieri, la sfera si dilegua, in un lampo, senza alcun rumore, con una scia causata più dalla scomparsa della fonte luminosa che da qualche fonte di combustione. Direzione verso nord ovest. Dire che la vedo allontanarsi è un eufemismo, è sparita, punto. Sono allibito, ma onestamente anche impaurito. Cerco di darmi delle spiegazioni logiche da uomo logico quale sono. Nessun velivolo conosciuto potrebbe sparire a quella velocità partendo da fermo. Nessun oggetto conosciuto potrebbe muoversi senza far rumore. Non mi capacito e mi agito. Forse un esperimento segreto degli americani? Nella valle accanto, la Fontega, hanno una base e a 5 km, a Longare, c’è la base Pluto dove si dice ci siano i missili nucleari. O forse una mossa di spionaggio dei russi? Cerco spiegazioni, ma onestamente sono poco convincenti.

Arrivo a casa trafelato e cerco, nel parcheggiare la macchina, di incrociare lo sguardo dei vicini che sono già ai freschi dopo la cena. Nessuno ha visto nulla o sentito rumori strani. Racconto ai vicini che mi guardano basiti, nonostante sappiano che sono astemio. Paola ascolta e mi consiglia di comperare il giornale l’indomani, forse qualcun altro può aver visto qualcosa.

E’ mattina, 6.30 e mi precipito in edicola. Cerco freneticamente nella cronaca locale qualche notizia, ma niente, non c’è nulla, forse metteranno domani, non avranno fatto in tempo. Ma ecco che lo guardo cade ad un piccolo trafiletto nella cronaca nazionale. “Avvistati UFO nella giornata di ieri, da Trieste ad Ancona diverse segnalazioni”.

Tiro un sospiro di sollievo per la mancata pazzia, ma resto agitato perchè sul giornale si parla di oggetti volanti spariti a velocità vertiginosa, io ho visto gli occupanti dentro la navetta aliena, certo è una esperienza ben diversa, il contatto non è stato con degli oggetti ma anche se a distanza, con dei viventi!

Giorno della memoria 2021

Vi riporto un post da me messo su un social internazionale

Oggi penso sia molto importante concentrarsi sul Memorial Day. Perché in LGC? Perché parlo del primo ghetto della storia, il ghetto di Venezia. A Venezia, fin dall’antichità dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme, viveva il popolo ebraico. A Venezia, un cristiano non poteva prestare denaro con interessi. Per questo motivo si pensava di consentire agli ebrei di prestare denaro. In questo sistema sono diventati più potenti, sono diventati mercanti e banchieri, hanno finanziato tutte le attività belliche di Venezia. Ma nel XVI secolo alcuni veneziani si arrabbiarono per questa situazione, gli ebrei erano diventati troppo potenti e la violenza iniziò. Il governo ha deciso di costruire un’area, controllata e chiusa di notte, solo per ebrei. La zona era quella dove le fonderie gettavano i rifiuti, in veneziano “geto” e la zona era chiamata “ghetto”. Questa parola è diventata sinonimo di zona di segregazione per tutte le persone emarginate nel mondo.
Ancora oggi, dopo la tragedia della seconda guerra mondiale, molti ebrei vivono a Venezia, e molti vengono da tutto il mondo per vivere per qualche tempo con la loro famiglia in questo luogo di storia e memoria.

 

Grazie  @ermest   e  @davidhyno abbiamo avuto la fortuna di non conoscere direttamente queste atrocità, ma non dobbiamo fingere che non esistessero. La bestia umana, sempre pronta a scatenarsi per ignoranza, false credenze, ideologie proposte solo per dominare gli altri e per il potere economico, è capace di cose che nemmeno il più sanguinario dei registi di Hollywood avrebbe mai potuto immaginare! I miei figli sono sicuro di averli educati al massimo rispetto per le persone e a volte sono loro che mi chiedono modi politicamente più corretti, vuol dire che ho seminato bene, ma purtroppo, con quello che si vede nei social, non è così una pratica comune, l’odio, in qualsiasi forma e genere, abbonda, ma sono convinto di questa proporzione matematica di

ignoranza: odio = conoscenza: amore!

Amore per tutti perché l’amore è la condizione normale in cui il mondo deve girare.

Paolo

@ermest mi dico molte volte, perché non vado ad Auschwitz in bicicletta? È un pellegrinaggio dell’umanità e non di alcuna religione. È stato giustamente inserito nel Patrimonio Unesco a ricordo della disumanità di cui è capace l’umanità. È un avvertimento su come possiamo essere plasmati, influenzati, per niente liberi come vogliono farci credere. Basta un pazzo che sa parlare e sfruttare le debolezze delle persone perché credano di aver trovato un leader, un salvatore, ma è solo ignoranza. Auschwitz è il monumento all’ignoranza di ciascuno di noi e a ciò che può portare. Forse farò questo viaggio, a Dio piacendo se lui mi darà il tempo di farlo!

Con amore

Paolo

 

Boscomare

Boscomare

Se non sapete dove andare e siete in vacanza nella Riviera dei Fiori, in Liguria e avete dentro quella voglia di vedere qualcosa di originale, fuori dal circuito turistico dei tanto sbandierati e abusati “Il più bel borgo d’Italia” e non volete trovarvi, come sempre, in una piazzetta con bar ristoranti e negozi di souvenir, ecco qui, tutto per voi e quasi del tutto sconosciuto, il più bel borgo che io abbia visto. Non vi parlerò della sua storia, non vado alla ricerca, vi lascio che la scopriate voi. Vi racconterò, tramite immagini, della sua anima artistica. Merito di Giacomo Fossati, uomo di mare e di grande cultura. Una volta in pensione, si è ritirato nella sua Boscomare e qui ha cambiato volto al borgo con i suoi murales, le sue sculture, i suoi allestimenti. Rimarrete affascinati anche dall’uomo stesso, sempre disponibile a fare due chiacchiere con chi lo va a trovare nel suo studio, una cantina in mezzo ai vicoli in discesa, Passerete accanto a decine di sue opere eseguite con i più disparati materiali, dalla ceramica, al ferro, al legno e altro. Un Don Chisciotte vi darà il benvenuto all’ingresso del paese, e potrete accomodarvi in piazza, dove troverete anche una biblioteca a cielo aperto, con volumi in varie lingue a disposizione di chi vorrà sedersi, guardare e gustarsi questa pace e serenità, un mondo diverso! Gustatevi queste immagini del paese e spero che, come me, resterete estasiati dalla freschezza e genialità delle opere, e qui nulla è scontato

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Parenzana: in bicicletta lungo la vecchia ferrovia austriaca (parte croata)

Ho saputo dell’esistenza della Parenzana a seguito di un regalo, da parte di Giampaolo e Luisa, al mio compleanno. Sapendo della passione per la bicicletta, mi hanno regalato un libretto guida per la ciclovia della Parenzana, sul tracciato di una vecchia ferrovia austroungarica dismessa da Trieste a Parenzo (Porec), da loro percorsa l’anno precedente. 

Partiamo il 14 luglio alla volta della Croazia. Parcheggiamo poco più in là  del confine Slovenia- Croazia, a Valizza e da qui prendiamo il tracciato della Parenzana.  

Buje

Saliamo con pendenza sempre moderata fino a Buie. Sono luoghi che ho frequentato per lavoro negli anni ’90 ma, stento a riconoscerli. Luoghi dove sono passato con Fabio, e un po’ tutte le località che passeremo in questi giorni, sono già state da me visitate ma, con altri  occhi! La ferrovia lambisce Buie e prosegue fino a raggiungere Grisignana (288 m.). 

Grisignana’s station

Paese inaspettato, in quanto percorrendo la ferrovia, in mezzo alla natura, in luogo desolato, ti rendi conto che stai giungendo alla cima della collina, solo quando esci dalla galleria e ti trovi praticamente alla stazione di Grisignana. 

Mangiamo in trattoria, immersi in questo paese rinato grazie a degli artisti che, l’hanno tolta dall’oblio. Una città dove tutto trasuda arte, dalla pittura, alla musica. 

Assistiamo a delle prove all’interno di un palazzo, di una orchestra giovanile con componenti provenienti da tutto il mondo. Si esibiscono   in una canzone tipica slava, con fiati, archi, chitarre e voci. Sotto il colonnato di un altro palazzo si stanno preparando giovani arpiste con i loro strumenti, oggi è la giornata dell’arpa! Difficile ripartire da qui ma dobbiamo andare, la strada è lunga fino a Montona ed è tutto da asfaltare. 

Infatti , il tratto croato della Parenzana, a differenza di quello italiano e di quello sloveno che sono asfaltati, corre tra boschi e colline, in un susseguirsi di salite e discese, con vari tipi di fondo, ghiaino, massicciata, terra ma, sempre sterrato. 

Lasciamo Grisignana a malincuore, e proseguiamo in leggera discesa verso la valle del Quieto, e aldilà della   valle, la città di Montona (277 m.), che appare in cima alla sua rupe nel mezzo della valle, dove alloggeremo per la notte.

La valle del Quieto è nota per i tartufi ed infatti, la sera la cena sarà tutta a base di trifola, anche il dolce!Montona è sicuramente un piccolo gioiellino architettonico e paesaggistico. Per raggiungerla dobbiamo fare un lungo giro attorno alla collina, sbucare fuori da una lunga galleria e fare l’ultima impegnativa rampa per salire alla rupe del Kastel, proprio sulla punta, dov’è situato l’hotel. Nella piazza del castello, a cui si accede attraverso varie porte su varie cerchie murarie, vi è la chiesa di Santo Stefano che , alcune fonti, attribuiscono al Palladio.  Percorsi 45 km.

La mattina seguente, partenza verso  Parenzo. Sempre in mezzo a boschi e con ponti che attraversano vallate. Il percorso rimane  interessante fino a Visinada, poi ha cominciato, a  perdere un po’ di interesse avvicinandosi alla costa.

piazza di Montona

Praticamente seguiamo il percorso originale fino a Visignano, e proseguiamo sulla strada fino ad arrivare a Parenzo.

Visinada


 Visita alla città, che essendo luglio è animatissima, e ben diversa dalla Parenzo che avevo conosciuto prima della guerra serbo croata del  ’91. Dopo aver cenato in piccolo locale vicino alla spiaggia, ci siamo rilassati con la poltrona per massaggi che avevamo in camera! Che  sballo! Percorsi 35 km.

Il mattino seguente rientro alla macchina attraverso vie nazionali con puntate a Novigrad, dove abbiamo mangiato e Umago. Momenti di felicità cantando le canzoni di Lucio, le discese ardite e le risalite! Percorsi 46 km.

Porec-Parenzo

La Parenzana (parte Slovena)

Sulla pista da Izola verso Koper

Ho saputo dell’esistenza della Parenzana a seguito di un regalo al mio compleanno. Sapendo della passione per la bicicletta, mi hanno regalato un libretto guida per la ciclovia della Parenzana, sul tracciato di una vecchia ferrovia austroungarica dismessa da Trieste a Parenzo (Porec). Durante la nostra breve vacanza di luglio abbiamo percorso la prima parte della Parenzana o per meglio dire la parte slovena, tralasciando la parte italiana in quanto parte a poca distanza dal confine ed essendo ormai perse le tracce del vecchio percorso in mezzo alle nuove strade e costruzioni varie. Non seguiamo il senso temporale, in quanto abbiamo fatto base a Pirano e pertanto, abbiamo fatto in due giorni, il tracciato a sud e il tracciato a nord, facendo ritorno all’hotel alla sera.
In tutta l’Istria è evidente l’influenza veneziana sia nell’impianto urbano sia nei monumenti più antichi di ogni centro storico. L’influenza austroungarica si evidenzia nei palazzi del potere costruiti nell’’800, palazzi funzionali a testimonianza dell’efficenza austriaca. Così idealmente partiamo da Capodistria, che avevo sempre visto solo passando per l’autostrada e l’ho sempre snobbata pensandola una città solo moderna. Al contrario, il centro di Koper è interessantissimo, gradinato su di una piccola collina, con monumenti antichi. Interessante la fontana Da Ponte, evidente l’influenza veneziana che, come elemento decorativo, raffigura un ponte, evidente richiamo ai ponti veneziani, come stesse a superare un canale.

Fontana Da Ponte a Koper-Capodistria
Piazza della Cattedrale

la piazza della Cattedrale in stile romanico del XII secolo, con la Loggia e il Palazzo Pretorio, il tutto in evidente stile gotico veneziano del XV secolo.

Il palazzo pretorio
La Rotonda di San Giovanni Battista, battistero

Vicino alla cattedrale, la Rotonda di San Giovanni Battista , anch’essa in stile romanico, era il battistero riaperto nel 2019 solo per visite guidate.

Fontana alla Porta di Muda

Vicino alla Porta di Muda costruita nel 1500, unica rimasta delle 12 che erano attorno la città, una fontana permetteva a chi arrivava di dissetarsi.

Antichi stemmi di Venezia sulla porta di Palazzo Pretorio
Buca delle lettere anonime contro i misfatti di chi era al potere e contro semine abusive o contrabbando di tabacco e contraffattori della città
Fraticello

Nell’uscire da Capodistria, superato l’enorme parco e zona sportiva con spiagge e stabilimenti balneari, prendiamo il lungomare, con traffico quasi del tutto interdetto, nel quale anche le biciclette hanno il limite di 20 all’ora, che ci porterà in 5 km al paese di Isola. Fotografiamo un fraticello e un cormorano tutto intento ad asciugarsi le penne.

Cormorano


A Isola passiamo per il paese e Cri si mette in posa vicino le scale del Conservatorio.

Conservatorio di Izola


Salendo le colline, penetrandole attraverso dei tunnel, al bordo di doline coltivate, arriviamo a Pirano al nostro Hotel all’interno delle mura.

Il giorno seguente rotta verso il confine croato passando per le saline di Sicciole. A Portorose inizia la Parenzana, ma a Lucia abbiamo avuto qualche difficoltà a capire dove passasse la vecchia ferrovia. Abbiamo salito più colline per poi capire che dovevamo seguire la riva del mare inoltrandoci all’interno di un campeggio che ritenevamo proprietà privata.

Salina di Sicciole


Oltrepassato il campeggio, una spiaggia bellissima di ciottoli ma, con a fianco dei prati temuti magnificamente dove poter giocare e prendere il sole.


Arriviamo a Sicciole, nota per le sue saline con anche un hotel con cure termali. Fiancheggiamo le saline su una pista bellissima e rilassante ma sotto un sole cocente. Sbuchiamo alla frontiera dove, a causa Covid, da qualche giorno non è più possibile passare senza quarantene e altri aspetti burocratici. Ci fermiamo a mangiare in un baracchino dove ci chiedono se volessimo mangiare del maiale allo spiedo visto che era stato fatto oggi. La fame c’era e ci abbiamo dato dentro anche se, onestamente, non è proprio quello che il mio medico mi avrebbe consigliato di mangiare, ma non c’era l’etichetta indicante i grassi saturi, pertanto ero in regola.

Vecchie costruzioni che servivano ai lavoratori delle saline di Sicciole
Verso l’estuario della Dragogna nelle saline di Sicciole

Chiedendo alle guardie di frontiera, siamo riusciti a superare la frontiera slovena senza superare quella croata, e ci siamo inoltrati per strade bianche sul lato destro della Dragogna fino al suo sbocco in mare, pertanto siamo rimasti al limite estremo delle saline, potendo godere di una pace e solitudine unica, inquartò a nessuno sarebbe mai venuto in mente di rimanere nella terra di nessuno.

Salina di Sicciole

Foto a svariati uccelli, per il vero volto timidi, e agli edifici, ormai crollati, che venivano usati per la lavorazione e per i lavoratori della salina.

Salina di Sicciole


Ritorniamo e alla frontiera ci fanno cenno di passare senza neanche controllarci, evidentemente si ricordavano della nostra richiesta.
Rientriamo a Pirano non senza altre soste, soprattutto per riempire un sacchetto di “amoli” e mangiarli a casa. Ero dubbioso sulla parola ma, in questo caso, è assolutamente appropriato chiamarli così e non pruno selvatico o susina. Cena nel nostro hotel con un sacco di “pocetti”

Le mura di Pirano

Noi due sulle mura di Pirano

Pirano avevamo tentato di raggiungerlo nel 2019, durante la nostra escursione sulla Parenzana parte Croata. Era stato impossibile per la mole turistica poterci fermare per dare uno sguardo, anche per il fatto che bisogna parcheggiare notevolmente fuori città e non avevamo tempo più di tanto.

Pirano vista dalle mura

Ma dall’alto era chiaro che doveva essere molto bella, e pertanto, in occasione del  nostro anniversario di luglio, e approfittando di un allentamento internazionale delle normative Covid, siamo riusciti a fare 4 giorni in questa  città di mare, permeata da influenze veneziane e austroungariche nella sua struttura architettonica. 

Piazza Tartini di Pirano

L’ultima torre verso il mare delle mura marciane

Con quegli occhiali neri, boh secondo me non vede niente!

Salendo sulla collina che domina Pirano, abbiamo incontrato l’entrata per la visita di una parte di mura di difesa. Pirano ha avuto più cerchia di mura e le prime sono datate VII secolo. Quelle dove abbiamo camminato sono le più recenti, denominate marciane (da San Marco) e costruite dalla fine del 1440 e finite all’inizio del 1500. Chiudevano la città verso la collina allo scopo di difenderla dalle possibili incursioni saracene dalla terraferma. 

Pirano dalle mura
Piazza Tartini
L’ultima torre
Vista dall’ultima torre verso Strugnano e più in fondo Trieste

La camminata sulle mura è molto panoramica e si incontrano notevoli scorci fotografici sia sulla città, che sul mare, in quanto la torre più esterna è a picco sul mare. Divertente salire le scale delle torri, facendo ben attenzione alla testa. Le zuccate sono all’ordine del giorno, tanto che ogni tanto, anche da altri visitatori, si udiva il sordo tonfo di una testa che batteva sul soffitto della scala. Ahi ahi!

Pirano è stata sotto il dominio di Venezia per più di 500 anni, fino al 1797, anno di caduta della Serenissima. Fino al 1918 rimase austroungarica, ma dal 1918 al 1954 rimase sotto l’influenza italiana, anche se dopo il 1945 era zona B, vale a dire a presenza militare jugoslava. In seguito all’assegnazione completa alla federazione della Jugoslavia, avvenne una migrazione e praticamente una sostituzione della popolazione, quella di origini italiane e venete partirono per un esodo verso l’Italia, madre patria linguisticamente  ma non di origine. Arrivarono a sostituire gli italiani, delle popolazioni slave che tuttora sono la maggioranza assoluta della popolazione. Gli italiani, pochi, rimasti conservano le tradizioni e la storia del luogo a beneficio anche dei nuovi arrivati. Vanto locale è il compositore e violinista Giuseppe Tartini, la cui statua troneggia al centro della piazza cittadina.

Monumento al compositore e violinista Giuseppe Tartini

Camere d’aria 2020 – Sicilia – Epilogo

Viaggio in Sicilia – Epilogo. Se sognate tramonti favolosi è perchè non avete mai visto albe come questa! Se pensavamo che il tramonto di ieri sera fosse stato un premio alla nostra piccola impresa, è perchè non potevamo immaginare il regalo che la Scala dei Turchi e il suo mare, il suo cielo, ci avrebbero fatto al mattino. Non ho termini, né colori sufficienti alla mia tavolozza per poter definire e descrivere quello che abbiamo visto. L’alba ha anche un sapore diverso, l’aria è differente. Non è il concludersi di una giornata, è una rinascita, un esplodere del colore. Non rimane il dolceamaro della fine di un giorno, i suoi rimpianti, il suo calore, gli incontri. L’alba è speranza, è corsa verso la gioia, è stupore dell’essere vivi dopo il buio. Ecco perchè mi alzo presto in vacanza!

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